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Pin Bike: storia di una passione diventata successo

22 Novembre 2021 ore 12:41

Ascoltare Nico Capogna di Pin Bike e il racconto di come il progetto vincitore PIN sia cresciuto e sia sempre in evoluzione, significa subito percepire la passione e l’etica che si celano in questo lavoro. Ogni conquista, ogni collaborazione attivata, ogni nuovo cliente, ogni bando vinto è il risultato di una visione mai scontata, intraprendente e molto dinamica. Questa intervista merita una dose di attenzione in più, soprattutto per i giovani imprenditori che si affacciano adesso sul mercato, perché è possibile trarne davvero ispirazione e insegnamento. E poi il team di Pin Bike è alla ricerca di un nuovo collaboratore!

 

Sono passati quasi 4 anni dall’avvio del vostro progetto e avete partecipato a numerosi bandi sia a livello nazionale che a livello internazionale. Quali tra tutti hanno rappresentato una risorsa preziosa che ha permesso alla vostra impresa di crescere?

Pin Bike (http://www.pinbike.it/) sin dalla sua nascita, e per sua natura, è un servizio che si rivolge a realtà che accedono a finanziamenti pubblici per incentivare la mobilità sostenibile, in particolare quella collegata alle tratte casa/scuola e casa/lavoro.

Di conseguenza il team si è sempre applicato nelle partecipazioni a numerosi bandi pubblici, sia direttamente collegati alla startup, sia prestando il contributo a procedure pubbliche non direttamente collegate a Pin Bike, assistendo enti pubblici e aziende nella compilazione e partecipazione a queste procedure.

Questo ha permesso un accrescimento delle competenze di project management, competenze che stanno diventando sempre più fondamentali con la crescita dell’attività. In particolare siamo orgogliosi di aver avuto accesso a un cospicuo finanziamento di Invitalia, nell’ambito della misura Brevetti+, pari a €140k, grazie a cui stiamo riscrivendo il software Pin Bike e sviluppando un nuovo device hardware.

Inoltre siamo molto lieti di annunciare che dalla primavera dell’anno prossimo Pin Bike supererà i confini nazionali. Abbiamo vinto il bando dell’EIT for Urban Mobility (l’Istituto Europeo per l’Innovazione Tecnologica, sezione dedicata alla mobilità urbana sostenibile). Il fondo permetterà l’attivazione del sistema Pin Bike (per il rilascio di incentivi economici a cittadini al bike to work e al bike to school, tramite voucher che verranno spesi esclusivamente in qualsiasi attività commerciale della città) in ben due capitali europee, Istanbul e Tallin e nella città di Braga in Portogallo.

Il bando è stato vinto in un partenariato che ha coinvolto sei nazioni europee, includendo, oltre ai Comuni che ospiteranno il progetto, due centri di ricerca universitari, il KTH di Stoccolma e il CERTH greco. Al partenariato ha partecipato anche Nextome srl, la software house di Conversano con cui adesso stiamo collaborando per la versione Pin Bike 2.0.

 

C’è molta attenzione attualmente su temi quali la mobilità sostenibile. Ci sono nuove sfide a cui adesso state lavorando?

Quando si dice “non tutti i mali vengono per nuocere”, credo che la pandemia abbia mobilitato maggiormente le coscienze dei governi verso tematiche collegate alla sostenibilità ambientale.

A parte i fondi dedicati al tema del PNRR, stiamo vedendo sempre più iniziative governative con obiettivi ben precisi. Fra queste le ultime a cui abbiamo lavorato sono due: una dedicata agli istituti scolastici e una per le imprese private.

È la prima volta, almeno da quando esiste Pin Bike che il Governo destina dei fondi ad hoc, per le aziende private e le scuole, dedicati alla smart mobility e quindi alla mobilità sostenibile.

Il bando RiGenerazione Scuola destina agli istituti italiani un fondo fino a €25.000 per attivare progetti di educazione alla sostenibilità ambientale. Per l’occasione abbiamo candidato al bando ben 28 istituti in tutta Italia. Speriamo che i risultati vengano resi pubblici il prima possibile, così da poter attivare i progetti per la primavera 2022.

Ogni scuola avrà la possibilità di dotarsi di rastrelliere per biciclette da esterni e corsi di ciclomeccanica e sicurezza stradale organizzati in collaborazione con FIAB, che è nostro partner, ma anche di attivare Pin Bike per gli studenti e lavoratori dell’Istituto, mettendo a disposizione un fondo per i premi pari a €10.000.

Per quanto riguarda le imprese invece è epocale la novità introdotta con il Decreto Sostegni BIS.
Il Decreto sancisce come obbligatoria la figura del Mobility Manager aziendale e destina un fondo (50 milioni di euro) alle imprese per attivare progetti di mobilità smart in azienda.

Il Decreto obbliga le aziende inoltre alla redazione del PSCL (Piano Spostamenti Casa Lavoro), quel documento di analisi della mobilità aziendale, programmatico, con cui si identificano le attività da compiere negli anni successivi per ottimizzare, in chiave sostenibile (cioè riducendo l’utilizzo dell’auto privata), l’afflusso quotidiano dei lavoratori.

Per l’occasione quindi abbiamo composto un team dedicato alla redazione e all’aggiornamento dei PSCL. È stato un lavoro che ci ha permesso di offrire un pacchetto di servizi ai nostri clienti più completo. Adesso andiamo a fare programmazione e analisi dei flussi e nello stesso tempo proponiamo una valida soluzione, che sta dimostrando nei contesti più svariati la sua efficacia.
Questo nuovo servizio ci ha permesso di acquisire nuovi clienti, anche molto importanti, come A2A.

 

Quali strategie state adottando per consolidare la vostra azienda e facilitarne la sostenibilità nel futuro?

Pin Bike è un sistema giovane che cresce e sta facendo parlare di sé, ma è in continua evoluzione. Abbiamo all’orizzonte diverse nuove direzioni da percorrere.

Stiamo lavorando con alcuni governi più piccoli come Cipro per collegare il sistema degli incentivi al bike to work con la fiscalità: in breve, un cittadino che possiede l’auto paga le tasse collegate al possesso, il governo può monitorare con Pin Bike se utilizza la bici per andare al lavoro al posto dell’auto e in cambio, piuttosto che una somma economica, gli offre una detrazione sulle tasse.

Stiamo inoltre costituendo un partenariato per la partecipazione a un bando Horizon dedicato alla mobilità che si aprirà ad aprile.

L’obiettivo è offrire ai committenti un sistema che copra e certifichi in maniera antifrode, tutta l’intermodalità urbana sostenibile, fra cui bici e carpooling (feature già offerte in Pin Bike) e il Trasporto pubblico locale (ci stiamo lavorando).

Heatmap per la pianificazione del traffico

 

In quali Comuni siete riusciti a portare il progetto PIN BIKE?

Il sistema tecnologico attualmente è attivo nel Comune di Bari e negli 11 Comuni del Patto della zona Ovest nell’Area Metropolitana di Torino, permettendo ai cittadini di ricevere fra i 20 e i 25 centesimi per km nelle tratte casa/scuola e casa/lavoro e fino a 4 centesimi nelle tratte generiche effettuate all’interno del perimetro urbano (per evitare il rimborso anche delle attività agonistiche in bicicletta fuori città è stato impostato un perimetro urbano al cui interno è possibile guadagnare l’incentivo).

Da luglio 2020 il sistema è attivo nella città di Pescara e nel Comune di Bergamo.

Dall’1 marzo il progetto è partito nel Liceo Formiggini di Sassuolo, configurandosi così come il primo progetto di incentivi al bike to school in Italia.

Da aprile il sistema è stato implementato per i lavoratori delle oltre 50 sedi ospedaliere della AUSL di Bologna.

Da maggio il progetto è partito nel comune di Foggia.

Le prossime attivazioni programmate sono nei Comuni di Taranto, Brindisi e Napoli.

Nel 2022 il progetto sarà implementato tramite un bando devoluto dall’EIT for Urban Mobility nei comuni di Istanbul, Tallinn e Braga.

Da Dicembre 2021 Pin Bike partirà per i cittadini del Comune di San Giorgio a Cremano.

I risultati sono tangibili e soprattutto misurabili: dall’attivazione del sistema si è raggiunta una media fino a 6 km (urbani) al giorno a persona!

L’Amministrazione comunale di Bari (il primo progetto attivato, da maggio 2019) vedendo gli importanti risultati del programma MUVT in bici, ha deciso da novembre 2020 di estendere il sistema a un numero indefinito di cittadini con un accordo triennale, rendendo la misura non più sperimentale ma sistematica. Ne approfitto per lanciare un invito ai lettori: se siete residenti nel Comune di Bari, o ci lavorate e/o studiate, potete fare richiesta per il kit Pin Bike così da ricevere gli incentivi economici offerti dal comune che verranno corrisposti direttamente sul Conto Corrente bancario comunicato al Comune. Per iscriversi basta compilare il form a questa pagina http://www.tiny.cc/MUVT

 

Quale strategia adottate per entrare in contatto con le Amministrazioni Comunali e fare sì che sposino la vostra idea?

Ci mettiamo prima di tutta tantissima passione nella presentazione del progetto, partecipiamo ad incontri tematici dove possiamo conoscere i dirigenti, tecnici e assessori collegati all’ambiente e all’urbanistica e successivamente monitoriamo tutte le iniziative pubbliche per proporre a loro la partecipazione con il programma Pin Bike.

 

C’è stato un momento dall’inizio del vostro percorso in cui avete avuto timore per il futuro? Come l’avete gestito?

Si decisamente all’inizio, dopo i primi 5 mesi circa dalla costituzione sono terminati i €30k di Pin e quindi siamo stati costretti ad attivare un finanziamento in banca.

Da quel momento ho cominciato ad avere notti insonni, mi chiedevo quando avremmo mai recuperato tutti quei soldi. Come ho risolto? Con i sonniferi! (Scherzo!) Ho cominciato a fare yoga e meditazione!
Quella fase del percorso la ricorderò credo per sempre, perché è proprio in quei mesi che c’è stato lo switch, da un progetto appassionato ma ancora giocoso, a un lavoro serio.

Credo che le competenze che si acquisiscono nel portare avanti startup tecnologiche siano inestimabili e si possono imparare solo sul campo. Questo è quello che mi sono detto anche nei periodi di “crisi”, se Pin Bike chiudesse resterebbero competenze e know how che rimarranno impresse per tutto il resto della vita, e torneranno sicuramente utili, nei più svariati campi.

Oggi Pin Bike è in espansione, stiamo cercando nuovo personale e ho invitato l’ARTI ad attivare un’iniziativa di matchmaking fra i Pin così da scambiarsi competenze e magari scoprire nuove figure. È ad esempio il caso di Vincenzo De Laurentiis, a capo anche lui di un progetto Pin, adesso collaboratore nel team a tempo pieno. Figura validissima e che sta dando un contributo importante nell’evoluzione, soprattutto all’estero, del progetto.

Abbiamo una posizione lavorativa aperta che è stata pubblicata sulla newsletter PIN in questi giorni.
Cerchiamo una figura flessibile, smart, che voglia crescere e mettersi in gioco. Sarà focalizzata sulla gestione dei processi di comunicazione, fra social, stampa, organizzazione di eventi. La conoscenza dell’inglese è fondamentale, così come una discreta digitalizzazione. Ma uno dei requisiti più importanti è avere passione per la bici urbana o per lo meno essere sensibile alle tematiche ambientali.
L’etica alla base di questo progetto è fondamentale, è quella che ti fa brillare gli occhi e ti permette di considerare questa attività non solo come un lavoro per guadagnare, ma come una mission. Questo è il momento di cambiare, non ce ne saranno altri. Pin Bike vuole accelerare questa transizione e ci crediamo così tanto che, anche se sta andando discretamente bene, continuiamo a non dormirci la notte!

Copertina del post IOM ovvero Internet Of Materials

IOM ovvero Internet Of Materials

10 Novembre 2021 ore 15:52

Materiali (e strategie) intelligenti per fare innovazione tecnologica.

Come rendere intelligenti i materiali da costruzione facendo si che siano essi stessi a comunicare un problema di staticità di un edificio? Come gestire in maniera smart un magazzino con sistema di tracciamento automatico della merce?
Spesso le imprese ad alto contenuto tecnologico hanno sempre una sorta di dualismo, da un lato l’idea (in particolare quelle vincenti) è spesso di una semplicità che contrasta con le competenze e risorse economiche necessarie a realizzarla.

Il caso del progetto IOM e dell’azienda Bricksensitive srl costituita da Giammichele Morgante e  Nicola Di Battista affronta queste sfide ad ampio raggio proponendo soluzioni che spaziano dall’industria 4.0 alle nuove Smart Cities, dallo Machine Learning all’Intelligenza Artificiale. Ma, ad oltre due anni dalla vittoria di PIN, la loro impresa può dimostrare che anche con un finanziamento iniziale contenuto è possibile avviare un processo aziendale virtuoso. La vera sfida quindi è quella di reperire ulteriori risorse economiche che permettano ad un prototipo di andare sul mercato, non prima di aver costruito collaborazioni con altre imprese e Università, ed aver allargato il proprio team.

-Da cosa è nata l’idea che avete candidato a pin? Come siete riusciti a combinare insieme competenze ed esperienze personali?

Siamo nati come gruppo di ricerca indipendendente nel 2016. Le nostra formazione e le nostre competenze erano e sono tutt’ora trasversali. L’intenzione è sempre stata quella di innovare e sentirci protagonisti nella definizione del futuro del nostro territorio: una volontà pura e una voglia di fare disinteressata da particolari dinamiche. Quando dico che è iniziato tutto “per gioco” non scherzo affatto: abbiamo intercettato alcune necessità, unito le nostre skills e dato vita a diverse idee, le quali si sono concretizzate nel progetto “IOM – Internet of Materials”.

-Scegliete una parola che, secondo voi, spiega l’essenza di BrickSensitive.

Ne scelgo 2: “Materiali intelligenti“. Il nostro focus è sul monitoraggio delle opere edili, infrastrutturali e non, pubbliche e private. Dalle nostre ricerche di settore e validazioni con diversi player, abbiamo avuto modo di constatare quanto sia stato, per lungo tempo, fermo su tecnologie e vecchi modelli decisionali, i quali hanno portato ad una serie di eventi (anche fatali) e ad una stagnazione del mercato. Noi siamo entrati in gamba tesa all’interno di questo comparto portando una visione “disruptive” ed una alternativa alle normali operazioni: la necessità di monitoraggio e tracciamento cresceva in maniera direttamente proporzionale alla necessità di sicurezza da parte delle persone, i diretti utilizzatori di queste opere.
La nostra Mission è quindi quella di “Rendere i materiali intelligenti” e di “Lasciar parlare i materiali”: chi meglio di loro può comunicarci il proprio stato!
Come lo facciamo? Inserendo sensoristica direttamente nella fase di produzione o ristrutturazione e rielaborando i dati con un particolare sistema Cloud basato su Rete Neurale Artificiale, fornendo un servizio di prevenzione e manutenzione predittiva!
Perché lo facciamo? Affinchè determinati eventi non accadano più!

Nel percorso di PIN non abbiamo avuto situazioni particolari degne di nota, complice l’elevata sensibilità sull’argomento “sicurezza e monitoraggio” da parte degli enti e della società. Per raccontare un piccolo aneddoto (aggiungerei “tristemente fatale”) che ha confermato il percorso che avevamo intrapreso, dobbiamo fare un passo indietro a circa un anno prima di PIN, nel Luglio 2018.
Come gruppo di ricerca indipendente stavamo facendo le nostre ricerche di mercato e ci stavamo interfacciando con diversi professionisti ed imprese, al fine di reperire informazioni e materiali utili alla definizione di quello che sarebbe poi diventato il progetto IOM. Quel giorno eravamo in visita da un professionista che, dopo aver ascoltato le peculiarità del nostro progetto esordì con “il monitoraggio sta diventando importante ma io mi affaccerei a queste tecnologie fra un paio di anni magari..”
Ahimè, 14 Agosto 2018, squilla il telefono: “Ehm, ragazzi, possiamo riparlarne?..”
Non sarebbe stato meglio avere un atteggiamento di “prevenzione” piuttosto che di “cura”?

-Scegliete almeno un punto di forza della vostra attività e almeno un aspetto di criticità.

Punto di forza? Scalabilità e modularità
Punto di criticità? Normative ancora poco chiare e tutt’ora in fase di definizione.

-Chi sono le persone attualmente impegnate nella vostra attività?

Il nostro Team è composto da 5 interni operativi (amministratore, ingegnere dei materiali, ingegnere civile strutturale, ingegnere elettronico e project manager) e da una serie di professionisti senior che ci seguono in altri aspetti della vita di Startup: dal metodo Lean, sino ad arrivare al supporto e gestione finanziaria. Stiamo stringendo, inoltre, accordi e partnership con Università pugliesi e non, dalle quali abbiamo riscosso particolare attenzione e sensibilità sugli argomenti trattati. Perchè? Necessita un immediato cambio di paradigma di gestione in un settore particolarmente bisognoso di innovazione.

 

-Quali saranno i prossimi passi?

Abbiamo creato e brevettato il sistema “IoM (Internet of Materials)”, un kit composto da sensori annegati e centraline di controllo che ha lo scopo di rendere intelligenti i materiali. Dopo il deposito della domanda di brevetto avvenuta ad Agosto 2020, puntiamo ad ottimizzare e terminare il processo di sviluppo della nostra tecnologia, in modo tale da poter immetterla sul mercato tra il 2022 e il 2023. Per far questo, stiamo procedendo con il reperire nuovi investimenti, con i quali ingrandire il team con nuove figure chiave e di supporto, e completare gli asset aziendali con strumentazione e macchinari necessari alla creazione del prodotto Go-to-market.

Copertina del post Connettere le differenze: intervista multipla a Wonderadio

Connettere le differenze: intervista multipla a Wonderadio

19 Ottobre 2021 ore 11:55

Annalisa, Serena e Marco di Wonderadio ci hanno raccontato la maturazione consapevole ed inclusiva del loro progetto, ma anche speranze e idee per l’immediato futuro. Il risultato è un’intervista declinata attraverso più voci e pensieri. E non poteva che essere così, visto che della voce e della pluralità di voci loro hanno fatto uno strumento di connessione e superamento di ogni barriera, un “vessillo” che ha accompagnato e sostenuto tante sfide e battaglie.

 

Come è cresciuto il progetto Wonderadio? Cosa vi ha aiutato nel processo di crescita?

Marco: Il progetto Wonderadio è cresciuto sia nelle menti che nei contenuti. Con i programmi poi abbiamo incrementato le conoscenze, abbiamo conosciuto tante persone e realtà che quasi non si possono contare. Il fare gruppo ci ha aiutato nel processo di sviluppo, abbiamo fatto delle esperienze insieme che sono state motivo di crescita.

 

Cosa ha comportato per voi e il vostro progetto il tempo del lockdown? Come avete reagito?

Marco: Da una parte vivere il lockdown con un progetto in sospeso è meno pesante perché è sempre una motivazione in più per tornare a vivere una vita normale. Anche se temporaneamente ci siamo fermati, abbiamo cercato di continuare a relazionarci tra noi e con l’esterno adattando il formato all’epoca che stavamo vivendo. Per esempio nel primo lockdown abbiamo sostituito i podcast con brevi video perché non potendo uscire non potevamo utilizzare la sede. Tutto questo ci ha tenuti comunque attivi e occupati.

Abbiamo reagito inizialmente bene, poi più passava il tempo e più si faceva sentire la voglia di ritornare ad una condizione normale. È stato pesante non potersi incontrare e non poter utilizzare la sede per le iniziative e le nostre normali attività, in fondo il condividere gli spazi e le esperienze è il cuore del nostro progetto.

Serena: Sicuramente il periodo del lockdown ci ha spiazzato e inizialmente demoralizzato. La nostra attività è basata sulla partecipazione, sul confronto, sulla vicinanza e sul contatto. Avevamo tante idee e progetti in cantiere ma da un giorno all’altro non abbiamo più potuto realizzarli. Dopo un momento iniziale di smarrimento abbiamo cercato di trovare strategie alternative per portare avanti almeno i progetti possibili come la realizzazione dei podcast dei vari programmi. I social e anche Skype ad esempio ci sono stati d’aiuto. Sfruttandoli al meglio siamo riusciti a registrare puntate in estrema sicurezza anche con speakers e regia a distanza di un bel po’ di chilometri.

C’è qualche progetto in particolare, tra quelli realizzati, che ha lasciato il segno?

Marco: Secondo me si, la cosa che mi ha fatto molto piacere è stato incontrare i ragazzi de “Il Villaggio degli eroi”, perché abbiamo passato un paio di mattinate con loro. Vedere la reazione di chi non ha mai fatto radio, il primo approccio e poi una volta che si è rotto il ghiaccio non ci si vuole più staccare. Ha lasciato il segno perché è stata una delle prime esperienze, e almeno per me è stata una sorpresa incontrare i ragazzi che ancora non conoscevo. Ricordando loro non immagino che abbiano una disabilità. Ascolto la loro voce, ma non posso vederli e non si può immaginare che abbiano una disabilità.

Annalisa: Quello che mi ha colpito dell’esperienza con “Il Villaggio degli eroi” è stato sicuramente la sezione dei ragazzi al primo approccio con la radio, l’entusiasmo, la sorpresa, il piacere della scoperta, il relazionarsi con un ambiente nuovo e con una persona nuova. È stata un’esperienza molto forte e coinvolgente emotivamente, dai loro occhi si percepivano la gratitudine, la sorpresa e l’entusiasmo per questa nuova esperienza e questo momento ci ha permesso di comprendere quanto la radio fosse un potente mezzo di aggregazione, inclusione e livellatore di differenze.

Serena: Penso che tutti i progetti, le iniziative pensate e realizzate debbano a loro modo lasciare un segno ma credo che per tutti noi il 01.12.2019 sia stata una data speciale quella del primo, e al momento unico per forza di cose, Disability Pride. È la data in cui nel nostro piccolo paese siamo riusciti a riunire tante persone, associazioni, scolaresche del territorio con l’unico intento di festeggiare la diversità, al fine di collaborare tutti insieme per abbattere ogni barriera fisica e mentale. Il Disability Pride non è però solo una data ma è una manifestazione di intenti, l’inizio di un progetto condiviso con tante realtà del territorio.

Disability Pride Terlizzi, corteo per sostenere i diritti delle persone con disabilita, manifestazione realizzata da Wonderadio in collaborazione con Mat laboratorio Urbano e Progetto Icaro

 

Il vostro gruppo di lavoro si è ampliato dall’avvio del progetto PIN?

Marco: Tantissimo, perché inizialmente eravamo una decina, poi pian piano abbiamo fatto delle conoscenze e durante il percorso le persone sono rimaste entusiaste del progetto e in alcuni casi si sono unite a noi.

Annalisa: il progetto nasce con una forte propensione all’inclusione delle persone con disabilità visiva ma con il passare del tempo si sono uniti a noi gruppi e persone molto diverse tra loro sia per interessi che per bisogni. Ad oggi contiamo più di trenta persone che collaborano costantemente con Wonderadio e podcast che trattano i temi più disparati: musica, viaggi, economia, diritti, serie per l’infanzia, intrattenimento, parità di genere.

Serena: eravamo in pochi i fondatori del progetto ma sin da subito, ancor prima della stesura del nostro progetto, c’era già un gruppo di persone che lavorava con la speranza che il progetto Wonderadio si potesse realizzare. Adesso quel gruppetto si è sicuramente ampliato con persone che hanno voglia di “connettere le differenze” ma non sempre è così semplice trovare persone che hanno voglia di “spendere” del tempo e scalfire quell’indifferenza ed egoismo che ci circonda soprattutto per determinati argomenti.

Un momento di vita associativa, riunione con gli speakers e i sostenitori di Wonderadio

 

Quanto sono cambiati e si sono evoluti l’atteggiamento e la risposta della comunità verso i temi che trattate, da quando siete nati ad oggi?

Marco: Di certo di eventi di sensibilizzazione ne abbiamo fatti tanti, da quello più grande il Disability Pride, ad Auand! dove ci siamo occupati di accessibilità e barriere architettoniche. Abbiamo notato effettivamente un cambiamento dell’approccio verso i temi della disabilità perché alcune persone hanno testato effettivamente cosa si prova ad essere nei panni di persone con disabilità.  Per il progetto Auand! abbiamo organizzato una passeggiata al buio in cui le persone normodotate venivano bendate e portate a passeggio per le strade della città.

Serena: Sicuramente qualcosa lo si inizia a vedere. È necessario però lavorare assiduamente sul territorio e non rimanere soli, fare squadra con altre realtà del territorio e creare progetti mirati a sensibilizzare la comunità, come ad esempio il progetto Auand!, conclusosi questa estate, un percorso partecipato di individuazione ed abbattimento delle barriere architettoniche ma anche culturali all’interno del territorio della nostra cittadina.  Necessario però a questo scopo il dialogo ed il confronto con le amministrazioni locali che non sempre risulta semplice.

Foto ricordo del laboratorio “School Radio” con i ragazzi e i docenti del Polo Liceale Sylos- Fiore Terlizzi

 

Su cosa state lavorando ora e quali sono i vostri futuri progetti?

Annalisa: dopo tre anni di esperienze al fianco delle persone con disabilità, e dopo molti progetti fatti con altre realtà territoriali, ci siamo resi conto di quanto sia importante combattere e battersi per l’autonomia delle persone con disabilità. I nostri progetti futuri mirano a promuovere l’autonomia delle persone con disabilità e a contribuire alla costruzione di una società più accessibile ed inclusiva. Tutti i nostri progetti hanno questi come obiettivi. Per far sì che questi obiettivi diventino sempre più vicini stiamo sperimentando progetti orientati all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Ancora in itinere è il progetto “Mat Brewery, il lato sociale della birra” in cui siamo impegnati con gli amici del Mat Laboratorio Urbano, in un laboratorio di confezionamento di bottiglie di birra autoprodotte dedicato alle persone con disabilità. Per il momento è solo un prototipo che mira al passaggio di competenze verso le persone con disabilità finalizzato all’inserimento lavorativo.

 

Cosa sentite di consigliare ad altre imprese giovanili del settore sociale che adesso si stanno avviando?

Annalisa: è importantissimo fare rete, collaborare, unirsi e cooperare. Senza gli altri siamo più deboli. È fondamentale fidarsi degli altri per crescere bene e far crescere le persone che fanno parte della propria realtà.

 

C’è un appello in particolare che volete fare alla comunità giovanile?

Marco: si, per quanto possa essere complicato, ogni qualvolta che ci si trova a poter fare volontariato di farlo, perché c’è tanto bisogno di persone che diano un sostegno sia pratico che emotivo per motivare le persone con disabilita ad essere più autonome.

Annalisa: per le realtà come Wonderadio risulta difficile attrarre persone giovani che abbiano voglia di apprendere nuove competenze ma soprattutto di trasmetterle. Abbiamo ancora tanta strada da fare verso una società accessibile ed inclusiva ed abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, se ci siete e se ci state leggendo, contattateci e proveremo insieme a connettere le differenze.

 

Copertina del post Camminare a Sud-est per raccontare un territorio. L’esperienza di Map

Camminare a Sud-est per raccontare un territorio. L’esperienza di Map for Walking

03 Settembre 2021 ore 08:40

Avviare un’impresa significa molte cose: sperimentare un’idea, confrontarsi con i propri limiti, costruire reti e consolidare relazioni, darsi un obiettivo e fare i passi necessari per arrivarci.

Map for walking è un progetto che, a distanza ormai di oltre tre anni dal suo avvio, ha attraversato tutti questi aspetti e continua il suo cammino.
L’idea da cui sono partite Luciana Lettere e Beatrice Bambi è semplice, come semplice è la spinta a mettersi in cammino: la Puglia era in quel momento storico poco coperta da guide dedicate al viaggio lento e all’esplorazione a piedi. L’obiettivo è stato quindi quello di creare un punto di riferimento per tutti coloro desiderosi di scoprire passo dopo passo le strade e i sentieri più belli, ma anche dimenticati, della Puglia.

A spingere Luciana e Beatrice la voglia di trasformare, o meglio recuperare, il patrimonio condiviso la rete di percorsi tra i paesi del basso Salento attraverso un lungo lavoro di mappatura. Itinerari da percorrere lentamente, unendo allo spostamento anche la possibilità di scoprire storie locali e incontrare chi quei territori li abita.

In questa estate 2021 che ha definitivamente consacrato anche nella nostra Regione, il turismo lento a piedi, “Camminare a sud-est” la guida che raccoglie trekking nelle campagne tipiche salentine con numerose presenze di architetture rurali, muretti a secco, strittule e carrarecce, ci è sembrata un’esperienza particolarmente significativa da raccontare.

Quell’intuizione iniziale si è trasformata in una guida di 120 pagine che racconta ca. 450km di vie secondarie, escluse dalla circolazione veloce delle automobili ma ancora capaci di unire 62 comuni in 28 itinerari individuati con un occhio attento anche alla sostenibilità ambientale. Ogni percorso infatti parte e finisce con una stazione ferroviaria in modo da permettere ai camminatori di raggiungere i tanti borghi che compongono il Salento, in una fitta rete di collegamenti nell’entroterra, senza prendere l’automobile.

Proprio come scrive Robert Macfarlane nel suo Le antiche vie. Un elogio del camminare, “I sentieri sono le consuetudini di un paesaggio. Sono atti di creazione consensuale. È difficile realizzare un sentiero da soli. […] I sentieri uniscono. È la loro missione fondamentale, la ragione prima della loro esistenza. A rigor di termini uniscono luoghi, in senso lato persone.”

Ecco quindi che la guida al viaggio diventa un vero e proprio catalogo di storie, memorie collettive che rischiano di perdersi per sempre, e che invece possono essere ancora un patrimonio collettivo vivo. Camminare a Sud-est è un omaggio alla nostra terra, messo a disposizione dei viaggiatori che sapranno coglierne la bellezza camminando, ascoltando i passanti, approcciandosi con spirito di conoscenza e disponibilità e percorrendo quelle strade che una volta erano così piene di umanità.


L’atto stesso del camminare dunque diventa non solo occasione di scoperta ma una assunzione di responsabilità nei confronti dei luoghi da parte di tutti. Scrive sempre Robert Macfarlane che “i sentieri sono consensuali anche perché senza manutenzione collettiva e collettivo impiego spariscono: sommersi dalla vegetazione, oppure arati e coltivati o magari edificati (per quanto possano sopravvivere nella dimensione commemorativa del diritto terriero). Come i canali marini, che per restare tali vanno regolarmente drenati, i sentieri hanno bisogno di essere camminati.

Ecco quindi che conoscere il territorio, frequentarlo significa anche tutelarlo, prendersene cura. Nel loro lavoro le ragazze di Map for walking hanno scelto infatti di denunciare l’incuria e l’abbandono in cui versa il territorio, con l’obiettivo di spingere innanzitutto chi vive in quei posti a riappropriarsene, riallacciando una relazione che proprio il camminare, con la sua lentezza, rende possibile. Alla velocità e all’impatto delle macchine, contrapporre quindi la leggerezza dei propri passi.

Luciana di questo ne fa un’orgogliosa dichiarazione di intenti già nell’introduzione alla guida. Scrive infatti rivolgendosi direttamente ai lettori della guida che:

non ho nascosto la bruttezza, anzi l’ho valorizzata con gli itinerari qui proposti, perché grazie ad essa poi apprezzerete molto di più ciò che di bello incontrerete. Lungo gli itinerari potreste trovare anche delle piccole discariche a cielo aperto, enormi uliveti malati perché colpiti dal patogeno xylella, strade provinciali utilizzate da automobilisti imprudenti, monumenti poco valorizzati e chiusi al pubblico. Solo voi però, con i vostri passi, con i vostri respiri in questi luoghi, con il vostro profondo spirito d’esplorazione, potrete ridare senso e dignità a tutto questo scempio. Solo quando queste strade saranno di nuovo calpestate, e solo quando si ricomincerà a parlare di esse, ritorneranno a nuova vita.

Ci sono però almeno altri due aspetti che colpiscono in un progetto come Map for walking e che crediamo possano essere un utile esempio anche per chi si cimenta con il fare impresa, magari anche in settori molto diversi da quelli del turismo. Innanzitutto la capacità di collegare questa attività ad altre opportunità, le proposte sviluppate durante il periodo finanziato da PIN hanno dato la possibilità di differenziare ulteriormente le attività in una dimensione imprenditoriale: con la collaborazione di un tour operator gli itinerari sono diventati infatti dei pacchetti di viaggio pensati per chi magari ha voglia non solo di venire in Puglia per il mare.

Inoltre, dalla collaborazione con la Rete di Economia civile Consorzio Sale della terra, è stato implementato un progetto con persone migranti, coinvolte in laboratori di storia locale, mappatura di nuovi itinerari e creazione di mini proposte turistiche gestite direttamente dai beneficiari.


Tutte attività che confermano un’ulteriore possibilità di apprendimento per chi è al lavoro per sviluppare la propria idea imprenditoriale: l’investimento iniziale, che nel caso di Map for walking ha significa un lungo e dettagliato lavoro di mappatura, ha finito per rappresentare un patrimonio incredibile sul quale basare tutti gli sviluppi successivi.

Un grande lavoro iniziale unito alla capacità di utilizzare le disponibilità economiche messe a disposizione dai fondi ricevuti, che se gestito con cura e lungimiranza può rappresentare la possibilità di accumulare un vero e proprio tesoro di esperienze, competenze, dati su cui poter contare per dare sostenibilità alla propria iniziativa.